Art Tribune

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Da Ginevra a Napoli, passando per Venezia

Chiude domenica 30 aprile la grande retrospettiva che il CAC di Ginevra dedica a Roberto Cuoghi. Mostra che andrà, a partire da fine maggio, al Museo Madre di Napoli. Nel frattempo, fra una decina di giorni si apre la Biennale di Venezia, e Cuoghi sarà uno dei tre protagonisti del Padiglione Italia. Che dire? Un momento ottimo per uno dei nostri artisti più meritevoli.

Nel Significato opposto delle parole primordiali (1910), Sigmund Freud dispiega in poche pagine l’inaudito della lingua e di quel che ad essa è sottesa. Mette cioè a nudo l’emersione di un fenomeno che contraddistingue la vita nel suo complesso e nella sua complessità: l’essere, cioè, non soltanto bianca o nera, e nemmeno una sfumatura di grigi, ma un eterno conflitto – spesso irrimediabile e irredimibile. Nel 1919 lo stesso Freud illustrerà questa tesi con il celeberrimo testo sull’Unheimlich, quel perturbante che rende il focolare domestico un luogo tutt’altro che sicuro. Mezzo secolo più tardi sarà Jacques Derrida a darne prova ulteriore ne La farmacia di Platone (1968), dimostrando l’ambiguità strutturale del pharmakon, al tempo stesso farmaco e veleno. E di esempi ce ne sarebbero molti altri, e incarnati: pensiamo al fabbro, manipolatore del fuoco e dei metalli, figura fondamentale nell’economia del sostentamento e della guerra, ma altresì personaggio che pericolosamente calca i territori divini, e per questo relegato ai margini del villaggio.

Roberto Cuoghi by Fosca. Perla Pollina 1996-2016. Exhibition view at CAC-Centre d’Art Contemporain Genève, 2017. Photo Annik Wetter

LA LOGICA DELL’IN-BETWEENNESS

Questa connotazione indecidibile, di in-betweenness, è forse l’unico fil rouge che annoda l’opera di Roberto Cuoghi (Modena, 1973), altrimenti talmente variegata e multiforme da sembrare composta da cicli a sé stanti. Una connotazione che emerge in maniera esemplare in Putiferio, la performance andata in scena nella Slaughterhouse della Deste Foundation, sull’isola di Hydra, nell’estate del 2016. La ricostruzione di forni paleolitici, la modellazione della ceramica tra alte fiamme e colonne di vapore acqueo, il sudore e le scintille, lo sforzo e la grazia hanno sintetizzato in maniera eloquente una poetica del fabbro che, appunto, attraversa vent’anni di produzione artistica di Cuoghi.

LA MOSTRA

Con questa chiave di lettura si può allora ripercorrerne i passi, ancora per qualche giorno, lungo i tre piani del CAC – Centre d’Art Contemporain di Ginevra, e a partire da fine maggio al Museo Madre di Napoli. E con questa apertura ermeneutica leggere e rileggere – ad esempio – le sue Mappe, che non sono né carta né territorio; ascoltare i canti ancestrali provenienti dal fondo abissale della cultura assiro-babilonese (Šuillakku); riandare a quella (presunta) performance che l’ha condotto a metamorfizzarsi in suo padre – azione che è probabilmente un caso studio di misunderstanding della critica d’arte.
E a proposito di mislettura e interpretazioni dissennate: qui nulla c’entra la costellazione semantica del mistero in chiave Voyager, gli eclettismi conservatori di un Guénon o la strizzata d’occhio alla tradizione universale à la Frithjof Schuon. Al fianco di Cuoghi lavora uno staff composto da figure professionali estremamente all’avanguardia, scientificamente all’avanguardia. È questo un dato da tenere sempre bene a mente, pena l’inesorabile scivolamento in una lettura riduttiva e laicamente blasfema dell’opera di quello che è, con ogni probabilità, il “nostro” artista più interessante in circolazione.

Marco Enrico Giacomelli